Matteo Di Giovanni nasce a Pescara nel 1980. Consegue un MA in Documentary Photography all’Università di Westminster di Londra (2012). Lavora come assistente fotografico a Londra, Bruxelles e New York, poi si trasferisce a Milano nel 2014.
Nel 2011, un incidente d’auto in Bosnia gli costa una gamba. Quattro anni dopo imbraccia una macchina analogica e parte: due mesi di viaggio, da Milano verso il Polo Nord, tra il 15 ottobre e il 15 dicembre 2015. I wish the world was even nasce così — come atto di rinascita. Ventiquattro fotografie, una serie di Polaroid e provini d’epoca, tutto girato su pellicola. Il libro viene pubblicato da Artphilein Editions (Svizzera) nel maggio 2019. Studio Fahrenheit ha seguito l’intero processo: sviluppo pellicole, stampe di prova, scansioni e separazione quadricromia. La mostra debutta da Micamera a Milano a fine novembre 2019, poi a Gorizia, Torino e Lugano.
Non si ferma lì. Blue Bar (2020) percorre il Po per 652 chilometri — il fiume che divide l’Italia in due, geograficamente e culturalmente. I had to shed my skin (2022) torna a Pescara, la città natale sul mare Adriatico. Tre serie, stesso sguardo: paesaggi intimi e mitici, nature morte aperte come orizzonti, l’interno e l’esterno che si scambiano di posto.
Nel 2023 le tre serie vengono esposte insieme alla Robert Morat Galerie di Berlino. Nel 2024 il lavoro approda a Paris Photo. Nel 2025 The Ice Plant pubblica True Places Never Are, che riunisce e resequenzia l’intero corpo di lavoro con immagini inedite. Il titolo viene da Moby Dick: “It is not down on any map; true places never are.”

